Michela Gentile, coordinatrice infermieristica: «Un sorriso e una parola rassicurante fanno la differenza». Da 28 anni accanto ai pazienti, racconta il valore della specializzazione pediatrica e della relazione con i genitori.
In pediatria non si cura soltanto un bambino: si accompagna un’intera famiglia in un momento spesso segnato dalla paura e dall’incertezza. Accanto alle competenze tecniche, diventano fondamentali l’ascolto, la capacità di rassicurare e la costruzione di un rapporto di fiducia con i genitori. È un lavoro fatto di professionalità, ma anche di piccoli gesti che possono cambiare il modo in cui si affronta un ricovero.
All’Ospedale Infantile di Alessandria “Cesare Arrigo”, Michela Gentile conosce bene questa dimensione. Infermiera da 28 anni e coordinatrice infermieristica da circa dieci, lavora in città dal 1998. L’indagine del Sole 24 Ore, pubblicata nei mesi scorsi, colloca Alessandria al 18° posto in Italia per presenza di infermieri pediatrici: un risultato che, secondo Gentile, valorizza l’attenzione dedicata all’assistenza specialistica, senza nascondere le sfide quotidiane legate alla complessità delle cure.
L’indagine del Sole 24 Ore colloca Alessandria al 18° posto in Italia per presenza di infermieri pediatrici. Quanto rispecchia la realtà dell’Ospedale Infantile?
«È motivo di soddisfazione, perché conferma l’attenzione che la nostra azienda dedica all’assistenza pediatrica. La presenza di infermieri qualificati consente di offrire cure specialistiche, rispondendo ai bisogni del bambino e della sua famiglia. Come in molte realtà sanitarie, affrontiamo sfide legate alla crescente complessità assistenziale e alla necessità di garantire standard elevati con risorse adeguate. Il valore aggiunto sta soprattutto nella qualità dell’assistenza che riusciamo a offrire».
Qual è il valore aggiunto dell’infermiere pediatrico rispetto all’assistenza infermieristica generale?
«Possiede competenze specifiche sullo sviluppo fisico, psicologico ed emotivo del bambino nelle diverse fasce d’età. Questo permette di adattare la comunicazione, le procedure e l’approccio relazionale alle esigenze del piccolo paziente. Ridurre ansia e paura, coinvolgere la famiglia e costruire un’assistenza centrata sul bambino contribuisce a migliorare l’esperienza di cura. Non basta eseguire correttamente una procedura: bisogna anche sapere come avvicinarsi a un bambino, rassicurarlo e aiutarlo ad affrontare un momento difficile».
Quanto conta la relazione con i genitori durante il ricovero?
«È parte integrante dell’assistenza pediatrica. Il ricovero coinvolge l’intero nucleo familiare e spesso genera preoccupazione e incertezza. Il nostro compito è instaurare un rapporto di fiducia con i genitori, fornire informazioni chiare, ascoltare i loro bisogni e renderli partecipi del percorso di cura. Una famiglia che si sente accolta e supportata affronta il ricovero con maggiore serenità e diventa una risorsa importante per il benessere del bambino. Prendersi cura anche dei genitori significa aiutarli a sentirsi meno soli».

Quanto è importante la collaborazione tra infermieri pediatrici e medici?
«La collaborazione multidisciplinare è essenziale. Medici, infermieri e altri professionisti sanitari condividono competenze e informazioni per costruire un percorso personalizzato. La comunicazione efficace e il lavoro di squadra garantiscono continuità nelle cure, maggiore sicurezza e una presa in carico globale del bambino e della sua famiglia».
C’è un momento del vostro lavoro che resta particolarmente impresso nella memoria delle famiglie?
«Credo che ricordino soprattutto il modo in cui sono state accolte e accompagnate durante un momento delicato. Oltre alle competenze tecniche, fanno la differenza un sorriso, una parola rassicurante, la capacità di alleviare la paura del bambino e sostenere i genitori. A volte basta fermarsi ad ascoltare una mamma preoccupata o trovare le parole giuste per spiegare ciò che sta accadendo. L’infermiere pediatrico costruisce una relazione di fiducia che va oltre il singolo intervento assistenziale. È questa umanità, insieme alla professionalità, che lascia un ricordo positivo anche dopo la fine del ricovero».
Lei collabora anche con Fondazione Uspidalet. In che cosa consiste questo ruolo e come è nato il rapporto con la Fondazione?
«Sono una facilitatrice delle attività della Fondazione e mi occupo di far conoscere alle famiglie, durante il loro percorso in ospedale e anche successivamente, le iniziative, la missione e il sostegno che offre quotidianamente. È importante che i genitori sappiano che esiste una realtà impegnata a sostenere progetti a beneficio dei pazienti e dell’ospedale. L’ho conosciuta quando lavoravo come infermiera e, per circa tre anni, sono stata inserita in una struttura di staff della Direzione generale che si occupava di qualità. Ho iniziato come socia e ho sempre contribuito alle attività. Conosco la Fondazione praticamente dalla sua nascita, nel 2009, perché ero già all’interno dell’azienda. È una realtà che sento vicina da tanti anni».
