Mona, dal Libano ad Alessandria per tornare a vivere: «È arrivata che pesava poco più di quattro chili, oggi può crescere»

13/10/2026

Mona, dal Libano ad Alessandria per tornare a vivere: «È arrivata che pesava poco più di quattro chili, oggi può crescere»

Dall’arrivo in condizioni gravissime alla dimissione dopo meno di quattro mesi: due interventi e un’équipe multidisciplinare hanno restituito alla bambina la possibilità di crescere. La Fondazione Uspidalet ha raccolto 6 mila euro per contribuire alle spese di cura.

Alessandria – A raccontare il percorso è il dottor Alessio Pini Prato, direttore del Dipartimento Pediatrico-Ostetrico e della Chirurgia pediatrica dell’IRCCS AOU di Alessandria, che sottolinea anche il ruolo della solidarietà. La Fondazione Uspidalet ha infatti avviato una raccolta fondi dedicata per contribuire ai costi delle cure della piccola, raggiungendo quota 6 mila euro.

Dottor Pini Prato, in quali condizioni è arrivata Mona?
«Era in condizioni estremamente gravi. Una bambina di 14 mesi che pesava poco più di quattro chili, come una neonata. Era fortemente malnutrita, con l’addome molto disteso, un sondino nasale e l’impossibilità di alimentarsi. Eppure era vitale, ed è stato questo a darmi la speranza che, con le cure adeguate, potessimo ottenere un risultato positivo».

Qual era il problema clinico?
«Abbiamo individuato un disturbo della motilità intestinale: l’intestino non riusciva a far avanzare correttamente il proprio contenuto, impedendole di nutrirsi. La malnutrizione avrebbe potuto diventare fatale. Inoltre, aveva già sviluppato infezioni gravi legate ai dispositivi utilizzati per alimentarla. Il nostro obiettivo era capire l’origine del problema, nutrirla in modo efficace e risolvere la condizione, per restituirle un’autonomia che le consentisse di tornare in Libano».

Quando ha capito che la strada era quella giusta?
«La svolta è arrivata con il secondo intervento, a maggio. Dopo una prima operazione e gli approfondimenti necessari, abbiamo potuto intervenire per migliorare il funzionamento intestinale. Il risultato ci ha permesso di sospendere completamente la nutrizione per via venosa e di assistere a un aumento costante del peso. Mona è arrivata a 9,5 chili ed è stata dimessa dopo meno di quattro mesi».

Quanto ha contato il lavoro di squadra?
«È stato fondamentale. Sono intervenuti chirurghi, pediatri, nutrizionisti, radiologi, neonatologi e specialisti della terapia intensiva. Ma voglio ricordare soprattutto infermieri e operatori sociosanitari, che si sono presi cura di lei ogni giorno, sviluppando un legame affettivo molto forte anche con il papà e la nonna. La multidisciplinarietà non è soltanto tecnica e clinica: è anche empatia e capacità di accompagnare un bambino e la sua famiglia. Durante il ricovero abbiamo scoperto anche che Mona era quasi completamente sorda. Grazie ai nostri specialisti di otorinolaringoiatria e audiologia, è stato possibile applicarle protesi acustiche. Non si trattava soltanto di salvarle la vita, ma di offrirle una migliore qualità della vita».

Lei è anche consigliere della Fondazione Uspidalet. Quanto è importante poter contare su questa realtà?
«Dal 2017, nell’arco di quasi un decennio, abbiamo portato in Italia una cinquantina di bambini provenienti da tutto il mondo: dal Kurdistan al Sud America, dall’Asia all’Africa. Sono circa quattro o cinque ogni anno. Questo è possibile grazie alle fondazioni e alle associazioni solidali, che contribuiscono alle spese di ricovero e di viaggio. Sono costi importanti, spesso insostenibili per famiglie che non hanno nemmeno le risorse per mangiare. La Fondazione Uspidalet si occupa prevalentemente di sostenere l’Infantile attraverso strutture, dispositivi e interventi di carattere organizzativo. Per Mona, però, la complessità del caso e i costi potenziali erano superiori a quelli che avremmo potuto sostenere attraverso i canali abituali. Per questo ho chiesto un aiuto straordinario».

La Fondazione ha risposto alla richiesta?
«Sì, e con grande entusiasmo. La raccolta fondi dedicata a Mona ha raggiunto i 6 mila euro per contribuire alle spese del percorso di cura. Non significa che questo diventerà necessariamente l’attività principale della Fondazione, ma sapere che, nelle situazioni di necessità estrema, possiamo contare anche su questo sostegno è fondamentale. Il sistema sanitario, da solo, non sempre riesce a fare tutto ciò che sarebbe necessario. La solidarietà ci permette di completare percorsi che altrimenti rischierebbero di interrompersi o di non raggiungere gli obiettivi nei tempi previsti. Per me è un aiuto impagabile, perché significa offrire a questi bambini una possibilità concreta di guarigione».